Masterchef dixit _ La Stampa 25 maggio 2014

Cara Signora Maria,

è tardi e non voglio svegliarla. Le lascio qui sullo zerbino l’articoletto di questa settimana. Ci vediamo lunedì.

Il cibo è memoria. E’ per questo che quando ci riferiamo a profumi e aromi della nostra infanzia non siamo disposti a deroghe e vogliamo ritrovare esattamente quei sapori, spesso perduti, che rievochino in noi i gesti di accudimento delle persone che ci hanno voluto bene. Ed è per questo che se l’attesa non viene ripagata dall’incontro col gusto del nostro ricordo, la delusione è cocente.
Ce l’ho ancora ben in mente il profumo dei torcetti, alla domenica, a casa di mia nonna. I torcetti erano anticamente grissini torti, leggermente zuccherati. A Torino preferivamo quelli di Lanzo, piccoli e caramellati, a quelli più grossi, chiari, friabili e burrosi del Biellese. Lo zucchero cantava sotto ai denti, il profumo del grasso inebriava e la consistenza piacevolmente croccante spingeva a metterne in bocca subito un altro, finché le mandibole non erano messe a dura prova dalla collosità del caramello. Li intingevamo in uno zabajone spumoso, fatto con tuorli di cascina, un bicchierino di vino rosso e una dose più generosa di moscato. E ne mangiavamo finché ce li vietavano.
Non ho mai più ritrovato quel sapore e forse per questo faccio fatica a credere che qualcuno oggi mi voglia bene come me ne ha voluto mia nonna.

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