albania

Il cibo è sempre stato un ineluttabile indicatore di ricchezza e posizionamento sociale. Per questo, ordinare l’aragosta, offrire un vino pregiato o servire primizie di un orto biodinamico, rimangono dei potenti strumenti di distinzione, quella che è stata sistematicamente annientata, in Albania, da cinquecento anni di dominazione turca e da cinquanta di dittatura comunista. I giovani di questo Paese in veloce evoluzione, nel tentativo di riaffermare la propria identità, hanno scelto due strade in conflitto: il rifiuto dei simboli del passato a favore delle cucine del mondo, italiana, spagnola, giapponese, si contrappone alla riscoperta dei piatti sopravvissuti al regime, con la coscienza che, senza radici comuni, un popolo si trasforma in un mero coacervo di consumatori. Gli uni promuovono la rapida introduzione di fitofarmaci di sintesi, organismi Ogm e tecnologie alimentari; gli altri difendono la pulizia di terreni che da sempre sono privi di chimica, la ricerca di semi antichi, e le pratiche agricole ancestrali, con risultati di sapore così peculiari da consigliare a qualsiasi gastronomo un immediato volo per Tirana. Il cibo è oggi tornato a essere, in Occidente, un potente identificatore di appartenenza a un gruppo, perché la violenta mortificazione dell’individualità, imposta dalla finanza globale, stimola analoghe feroci reazioni contrarie di tipo tribale e temo vedremo presto incrociarsi le posate di guerra al grido di “pane integrale”.

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