Chi ha paura del latte

Pinìn Boero abitava in quella cascina sgangherata, senza intonaco, proprio di fronte al grande gelso. In quel piccolo tratto di strada, in punta alla collina, trascorrevamo tutti i pomeriggi estivi. Da un lato ci arrampicavamo sull’albero per raccogliere le more mature, che macchiavano indelebilmente le nostre magliette bucate, dall’altro stavamo a sbirciare per ore attraverso le fessure del portone di legno, per intuire un movimento, un rumore, un segno di vita, che venisse da dentro. Si diceva che in quella casa ci fossero dei misteri e che Pinìn Boero avesse due fratelli pazzi, che nessuno aveva mai visto. E così tutti giravano al largo. Ma noi bambini non avevamo paura. Perché in quel cortile ci eravamo entrati spesso. Al mattino ci precipitavamo giù dalle scale, infilavamo una tuta sopra al pigiama e un paio di stivali verdi, di gomma, nei piedi senza calze. E aspettavamo che ci aprisse. La stalla era bassa, calda, piena di paglia scura che mandava un odore forte, di animale. Avvicinava la sedia alla Nerina e mungeva la mucca delicatamente. Il latte schizzava fuori bianco e cantava rimbalzando sulle pareti lucide del secchio di ferro. Poi ci allungava un mestolo. Bevevamo avidamente quel liquido caldo, schiumoso, dolce, che ci disegnava spessi baffi bianchi sopra alle labbra. E scappavamo a casa con un segreto che i grandi non conoscevano: Pinìn Boero non era un orco e il latte appena munto non è un veleno.

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