Chi ha paura della verdura?

Florilegio di colori, consistenze, profumi e forme, è il mercato dei contadini di questo fine settimana. Appena più in là, nel raggio di cinquecento metri dalla pila di zucche, rape e broccoli, l’offerta di verdura dei cinquantasei ristoranti in cui crediamo di trovare i medesimi vegetali, è da depressione gastronomica. “Guardi che le patate fritte non sono verdure…”. Accenniamo un patetico sorriso se troviamo zucchine e melanzane grigliate. Una smorfia di disgusto per le carote surgelate saltate in padella con uno spicchio d’aglio bruciato. Cavolo rosso, ramolaccio, cicoria, rapanello, topinanbur e ceci sono in vendita lì davanti a pochi euro al chilo ma, benevole concessione all’avventore di riguardo, ci offrono al prezzo di un secondo, l’insalata ghiacciata della busta. Non va meglio nei ristoranti stellati del quartiere: pochi sono i piatti in cui i vegetali siano protagonisti, raramente la stagionalità è rispettata e le verdure risultano a volte poco fragranti, perché giungono dalla distribuzione organizzata o dal frigo del sottovuoto. Nelle trattorie invece, a sei euro, spinaci stracotti alla voce “contorno”. Ancel Keyes, vate della dieta mediterranea, che prevedeva il 60% di verdure, si rivolta nella tomba mentre Carlin Petrini, paladino delle produzioni agricole tradizionali, si strappa gli ultimi capelli. Noi, amanti del gusto feriti nel sapore, asciughiamo una lacrima e torniamo a casa con le bietole nel sacco, sognando un’introvabile ratatouille.

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