cicorie

Bianca e asciutta era, quando la conobbi, la Witloof di Bruxelles, sorella minore della connazionale Belga, data in sposa, controvoglia, a parmigiano e noci; compagna di farinate, della Chiavarina, non mi mangiai la foglia ma piuttosto il fittone, bollito e salato; la pelle invasa dal morbillo imbellettò di aceto balsamico, la variegata di Castelfranco; strette tenne le proprie brattee, ascondendo il proprio cuore, in un croccante abbraccio, la timida Mantovana; ripassò il capo in padella e offrì anche cruda la cima, la parsimoniosa Catalogna; diafana e imbozzolata, la gran dama, la Bianca di Milano; dette il meglio dopo il riposo in vasca, la tardiva Rossa di Treviso; popolana, senza vezzi, generosa, la Bionda da taglio; abbondante ricrebbe con la sua lingua di cane, la Spadona; s’addolcì con un brodo, la Zuccherina di Trieste, cittadina; patriottica, verde, bionda o rossa, la Grumolo; rotonda come una palla, pur senza un etto di grasso, la Variegata di Chioggia; rustica, si fidanzò con erbe locali, menta e nepitella, la frastagliata Barba di Cappuccino; non temette di tuffarsi per sapore in una pignatta d’acqua bollente prima e nell’aglio sfrigolante dopo, la sfrontata Scarola, barese. Ma quella che preferii, e di cui ancora sono innamorato, tra tutte queste cicorie, che si nomano anche come “radicce”, è la più ribelle, intensa e pericolosa, la Selvatica di Campo: dal primo morso è tanto amara che non v’è condimento che ne addolcisca il bacio.

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