L’uva e i falò

L’uva invaiava e arrivavano i giorni della vendemmia. Le fabbriche in Alba lasciavano andare in licenza gli operai, che tornavano alle cascine. Ci si svegliava di prima mattina, si saliva sul trattore con addosso mezza pagnotta e gli occhi ancora appiccicati dalla notte, e si andava alla vigna, con l’auspicio che quella giornata durasse il meno possibile ma con la speranza che la vendemmia non finisse mai. Si sbocconcellava qualche acino, ma raramente. Non bisognava perdere tempo e poi quell’uva matura non faceva bene alla pancia o, più semplicemente, era per far vino. Quando il sole era dritto sopra le teste chine dei raccoglitori, il campanile batteva le dodici, due volte. Si radunavano le casse in cima al filare, così com’erano, senza finire di riempirle. Le unghie erano così nere per la melassa di succo, polvere e foglie, che non venivano pulite a farci niente. A fine vendemmia le donne ci avrebbero passato la varechina. Poi si andava tutti nella grande aia. La Signora Gina, la mamma del fattore, aveva steso tovaglie bianche sulle assi appoggiate sui cavalletti. E usciva dalla cucina ogni ben di dio. Uova sode piene del proprio rosso e di maionese, frittate con l’aceto, i peperoni fatti al forno con l’acciuga, i tajarin col burro, la carne cruda che era piccante, tanto aglio c’era dentro, e i pintoni di vino dell’anno prima. Si rideva e si beveva finché Marco non si alzava. Quello era il segnale di tornare alla vigna. Era l’estate del… 2015.

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