galanga

La famiglia delle Zingiberacee, accanto a curcuma, cardamomo e zenzero, produce un’altra pianta erbacea, che si radica nel terreno con un analogo, aromatico, fittone: la galanga. L’aura magica che emana dal suo enigmatico profumo era nota fin dal Medioevo, quando la polvere, secca, addizionava di mistero decotti e pozioni. I rapidi trasporti refrigerati provenienti dal sud-est asiatico, hanno oggi reso reperibile nelle nostre città questa spezia polposa e non legnosa quando, come succede per il gambo di un asparago appena tolto dal campo, è al massimo della propria potenza odorosa e l’interno è ancora fresco, umido e succoso. Il bitorzoluto rizoma a più braccia, a un primo sguardo, potrebbe ricordare il ginger ma basta inciderlo per liberare in tutta la stanza un profumo più caldo e mellifluo. Avvicinandone alle narici un pezzo sezionato, l’irruenza balsamica delle sue carni aggredisce la mucosa, quasi ad anestetizzarla, come in una profonda inspirazione di trementina concentrata. E in bocca, la dolcezza iniziale che scalda il palato, tosto cede il passo a un piccante violento, persistente, prevaricante. Provatene qualche goccia di succo spremuto, nell’insalata, grattugiatela nel piatto, su un denso ragù di carne, saltatela in padella, a fettine sottili, con le verdure dell’orto. Ve ne innamorerete ma, come per qualsiasi passione, ne trarrete piena soddisfazione solo temperandone dose, frequenza e monomaniaca devozione.

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