Il brodo

L’inconscio è il grande assente in questa società post crescita. È un uomo senza inconscio, disinteressato alla scoperta del proprio desiderio, quello che ha sostituito la parola con l’immagine e la conversazione con il cibo. Qualsiasi situazione di lavoro, di amicizia o d’amore, viene messa in scena a tavola e si traduce spesso in un incontro mancato, sia con il cibo che con l’altro. Il cibo è così lontano dall’essere reale oggetto di desiderio che i menu degustazione hanno ormai tolto i clienti dall’imbarazzo di dovere ordinare esprimendo una preferenza. Ma pur in un’oralità distratta si annida l’opportunità di un incontro, anche fugace, con il proprio inconscio, quando il gusto riesca a toccare le corde più profonde della nostra gastronomica infanzia. E la vicenda personale con il gusto inizia in un luogo buio, ovattato, tiepido, sapido. Al riparo da consistenze, parole e colori, il sapore si distilla, si esalta, si mette a fuoco, persiste, insiste nella memoria e sparisce nella gola. È nel grembo che l’uomo fa la prima esperienza col sapore, deglutendo il liquido amniotico in cui sono disciolti gli aromi dei pasti materni. Bevendo un brodo a occhi chiusi l’uomo può regredire sino alle emozioni gastronomiche originarie. E’ per questo che il brodo, pur nell’inconsapevolezza di chi lo prepara, emoziona e non stufa, sulle tavole stellate come nei letti d’ospedale.
Nel brodo, orfano della materia che l’ha prodotto, il riconoscimento di ogni aromatico elemento genera conforto, stupore, viaggio nella memoria di cibi già gustati. Il brodo però non ha soltanto la capacità di conservare in soluzione molteplici sapori. Se fatto restringere lentamente sul fuoco, ha la grazia di poterli concentrare fino a incredibili intensità di gusto, fino all’essenza. Fino alla felicità primitiva del gusto.

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