Il nonno e le ciliegie

Quando ancora contavamo lo scorrere dei giorni con il calendario dei santi, era normale accorgersi dell’avvicendarsi delle stagioni. Era normale desiderare, aspettare, celebrare. A questo servivano i giorni di digiuno, i piatti delle ricorrenze, i dolci tradizionali, che trasformavano un giorno qualunque in un’occasione speciale. In quegli anni la nostra pianta di ciliegie era ancora in salute. Pareva immensa ai miei occhi di bambino, tutta protesa verso l’alto con la sua chioma folta, che non lasciava trapelare nemmeno un raggio di sole. I suoi frutti erano i primi in tutto il paese a diventare maturi. Perché erano di una varietà detta dell’Ascensione, che iniziava ad invaiare circa quaranta giorni dopo la festa degli Azzimi. Per questo i passeri accorrevano da tutte le colline vicine e si davano convegno proprio su quei rami. Da Pasqua a Pentecoste mio nonno interrompeva ogni altra attività e faceva la guardia al grande albero, con una lunga canna a cui aveva legato qualche striscia di carta d’alluminio. Proteggeva le ciliegie fino al nostro arrivo dalla città. Ci riempivamo la bocca voracemente, fino a star male, perché non ne avremmo assaggiate altre. Infatti, appena ci allontanavamo, arrivava il primo stormo. Ma quel cinguettio crescente fino al chiasso ci ricordava che la fine della scuola era vicina, che ci saremmo presto trasferiti in campagna e che ci saremmo sfamati di corse nei prati, frutta e pomodori maturi.

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