Il vecchio e il lago

In faccia al colosso imponente del Monte Baldo, da un molo malfermo sulla sponda bresciana del Garda, stretto fra le acque del lago e l’alta parete rocciosa dei monti di Tremosine, salpa una barca con un pescatore solitario. Le mani dure, le guance scolpite, la sigaretta abbandonata all’angolo della bocca. Si ferma un attimo a osservare il volo radente di un uccello che pizzica i flutti. Poi inizia a ritirare con ritmo ostinato le lunghe reti, affondate per oltre duecento metri nell’acqua scura. Scuote la testa e sbuffa un’esile nuvola di fumo. Neppure oggi ha preso il carpione, il pesce più caro d’Italia, da sessant’anni sua unica preda. Questa trota di lago, simile al salmone nella livrea e soltanto a se stessa nella delicatezza delle carni, che la fecero apprezzare dai Romani e proteggere per decreto dai Dogi della Serenissima, per molti motivi, rischia oggi l’estinzione. Ma un tempo non mancava. La moglie attendeva a riva, friggeva l’avanzo di quel pesce nell’olio delicato del Garda, poi lo conciava con aceto caldo in cui avevano sobbollito spicchi d’aglio e foglie d’alloro, per conservarlo e spedirlo lontano. Da secoli “carpione” indica questa preparazione, campione di freschezza nei pranzi estivi sotto la pergola. Oggi che il pesce è raro, glielo prepara con gli zucchini dell’orto, abbondanti in un’estate che rimbalza tra le piogge e il sole: bell’esempio di sostenibilità.
Forse le reti resteranno vuote per sempre, ma il pescatore non sa fare altro nella sua vita e domani dovrà salpare di nuovo.

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