La zuppa di cavolo di nonna Claudina

Centotredici. Sono gli scalini che portano dalla piazza alla base della torre campanaria. Si salgono a due a due, con gli scarponi e il fiatone, per lasciarsi scivolare, con un sacco sotto al sedere, sulla neve ghiacciata, fino a fermarsi con le suole chiodate di fronte al portone dell’asilo. Il cielo è grigio e, sulla stufa, la pentola di rame stagnato sbuffa bolsa da quasi un’ora, spandendo in casa il profumo della minestra della festa. Un paio di cavoli mezzi gelati hanno incontrato i denti di un topo affamato; non sono più buoni per essere conservati e sono diventati un brodo leggero e appetitoso. Le foglie di verza si alternano al pane, intercalate alla toma che doveva andare al mercato, ma che è scoppiata e sa d’ammoniaca. Il pane scuro, duro come il carbone, è fiorito di muffa ma, raschiato con il coltello e bagnato con il brodo, è tornato morbido e profumato. Nella moscaiola dalle pareti di rete, l’ultimo pezzo di formaggio dell’anno scorso non ha resistito ai vermi, che hanno abitato la crosta dura e acida, che finisce grattugiata tra gli strati. Per fortuna oggi c’è il sole, l’Ottocento è lontano, e nonna Claudina mi cucina, con i migliori ingredienti della valle, una zuppa di cavolo sapida, umida, croccante, fragrante. Ma ci piace ricordare di quando eravamo poveri, di quando la cucina, che oggi chiamiamo regionale, si serviva solo nei castelli e nei palazzi, mentre il popolo sopravviveva di minestre e di castagne, e un piatto di croste di pane e di verdure avvizzite bastava a far festa.

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