L’hamburger di Fonzie

Lo confesso. Ero innamorato di Joanie Louise “Sottiletta” Cunningham. Happy Days era per noi una finestra aperta sul mondo della gioventù americana, che trent’anni fa sembrava ancora lontano ed esotico. E ci portava in casa il sogno degli anni ’50, i giubbotti di pelle, le motociclette, il juke-box, le gonne di tweed e gli hamburger di Arnold’s. Siamo presto diventati esperti estimatori di tutto il resto, ma per i panini abbiamo dovuto attendere il ventunesimo secolo e vivere un’infanzia infelice masticando le stoppose “svizzerine”. E Torino, che ha dato i natali alla Rai, che ci ha regalato il mito di Fonzie, ha ospitato anche la prima catena di hamburger originali americani. Tre ragazzi sloveni provenienti dagli Stati Uniti, hanno iniziato a impastare un pane allo zucchero soffice e gustoso, a imburrarlo correttamente, a selezionare la migliore carne, che avesse almeno il 15% di grasso, e a cuocere sulla griglia palline di oltre 100g, arricchite da salse preparate secondo ricette tradizionali, senza dimenticare mai il cetriolo sotto aceto, la cipolla e il formaggio Cheddar. E la moda è dilagata. Tra un po’ ci saranno in Italia più burgerie che macellai. Ma la qualità non è ovunque. Il vero hamburger americano è alto, compatto, succoso dal primo all’ultimo morso. La musica e un amichevole servizio al tavolo fanno parte della ricetta originale. E un sorso di birra con un alto contenuto di luppolo completa l’esperienza. Pollice in alto: “ehi!”.

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