Nespole!

Munite di sportine alla moda, le dame della ricca borghesia milanese, varcano i cancelli delle eleganti palazzine attorno a Sant’Ambrogio dirette ai gioiellieri dell’ortofrutta del quartiere, dove le chiamano per nome e selezionano per loro, con reverenza, prodotti biologici a chilometro zero. Ma a zero metri, nei loro giardini condominiali, snobbano con degnazione le nespole che marciscono sotto alle folte fronde, in balia di lunghe file di formiche.
Il cosiddetto nespolo del Giappone, rustico, sempreverde e dai bianchi fiori profumati dall’aroma di gelsomino, fin dall’Ottocento, quando giunse in Europa, fu derubricato a albero ornamentale. Ma i suoi frutti sono sugosi, dolci e rinfrescanti. Si portano addosso un’ingiusta fama di acidità, perché raramente capita di assaggiarli maturi, allorquando tastandone il brillante mantello arancione li si tacca irrimediabilmente di piccole macchie marroni. Vengono perciò raccolti ancora verdi, come succede agli omonimi frutti del medievale nespolo comune, “puciu” in piemontese, altrimenti immangiabili. Entrambe le nespole così, invece di raggiungere la perfezione zuccherina, iniziano la putrefazione, tradizionalmente apprezzata, ma disgustosa per i più. Quando però basti allungare una mano in giardino per fornirsi di una nespola matura, la sua polpa accompagnerà il pesce crudo con una grazia rara, per un sushi milanese pratico e simpaticamente snob.

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