Profumi d’Israele

C’è un profumo nella Terra di Israele. L’ho annusato tra la gente, nelle case, nei mercati, nei caffè, nelle discoteche, nei ristoranti, sulle spiagge. E’ il profumo del futuro, della prospettiva, della realizzazione di un alleanza tra il sé, l’altro, gli altri. E forse anche con Dio o con la propria coscienza o come vogliamo chiamare qualsiasi monoteismo. La vecchia Europa non ha più odore. Sapeva di concime, pane fresco e naftalina e oggi non sa nemmeno più di detersivo. Capisco ora cosa “sentano” molti giovani ebrei che tornano nella Terra Promessa e che trovano in Israele una spinta prospettica che nell’Antico Mondo sembra negata o congelata. Quella che li entusiasma non è una vita presa in prestito dalle generazioni precedenti, ma un mondo nuovo, declinato al futuro, per cui ancora può valer la pena di rischiare le proprie certezze. Questa è infatti una terra in guerra, che miscela l’odore del sangue ai profumi del cibo.
Se si è curiosi basta percorrere a naso all’aria la via centrale del mercato Suk ha Karmel, a Tel Aviv. Presto ci si ritroverà nel Kerem ha Teimanim, il quartiere degli ebrei yemeniti. Nelle case trasformate in piccoli ristorantini, si può assaggiare ciò che mangiano ogni mattina gli operai, i mercatali, gli anziani, i poveri. Il leggerissimo pane lahuh accompagna le uova fritte, unite a una salsa piccante e precedute da un piatto fumante di zuppa di legumi. E’ dove stanno i poveri che sta il cibo. E il cibo povero ha bisogno di spezie. Il sentore unico dello za’atar fresco, ottenuto macinando insieme origano selvatico, sommacco e semi di sesamo, arriva fortissimo dalle bancarelle dei mercanti, che l’hanno portato fin qui dal Libano, geograficamente vicinissimo ma politicamente irraggiungibile.
Nella città vecchia di Gerusalemme, nel dedalo delle vie buie del mercato, ci sono gli stessi profumi. Le matrone arabe siedono a terra e offrono i cespugli aromatici, le foglie di vite e i datteri freschi delle oasi. A metà mattina si radunano tra donne nei ristorantini bui del mercato e gustano una lunga serie di piccoli antipasti a base di ceci e melanzane, verdure fermentate, hummus e pita. Sono i piatti della koinè gastronomica ottomana che, nei quattrocento anni di floridità dell’impero, ha omologato i palati di tutta l’Europa dell’Est, di mezzo Mediterraneo, e della maggior parte dei paesi mediorientali, Gerusalemme compresa.
Nei mercati di tutto il paese si riconosce inoltre il profumo di farina tostata che sale dalle bancarelle delle donne druse, discendenti di un’antica religione iniziatica medievale, che miscela principi del Talmud, del Nuovo Testamento e del Corano. Le loro focacce non lievitate sono soavi, sottili, farcite con prezzemolo fresco, sesamo, yogurt e limone candito, e mettono d’accordo i palati di tre culture. Questi sono profumi che uniscono e che permettono di capirsi. E sono quelli che, prima che spariscano del tutto, ci parlano e ci parleranno sempre della terra da cui veniamo, e verso la quale vogliano sempre tornare. Il vino dolce del Golan, la piadina drusa, la carpa arrostita, i fichi, il miele e l’origano selvatico, insieme al sale e al profumo dell’olio bruciato nelle lampade, sono profumi comuni a tutte le tre grandi religioni monoteiste. E sono ancora lì, da scoprire. Tremila anni dopo. Per ritrovarci più simili di ciò che crediamo di essere e per scoprirci in pace nel condividere lo stesso boccone.

Nessun commento ancora

Lascia un commento

E' necessario essere Accesso effettuato per pubblicare un commento