SI CUCINE CUMME VOGL’I

C’era qualcosa di familiare nel Natale in Casa Cupiello allestito da Antonio Latella al Teatro Carignano di Torino. La rilettura brechtiana, in cui i personaggi recitavano anche le didascalie, non mi era infatti del tutto insolita. E quando Lucariello racconta il celebre “fatto dei fagioli”, precisando di gradire particolarmente la pasta e fagioli fredda, per merenda, o, riscaldata, il giorno dopo, ho ripreso in mano il copione di “Sabato, domenica e lunedì”, dove le didascalie valgono tanto quanto il testo. Lì, Zia Memè, i maccheroni al ragù “preferisce mangiarli la sera riscaldati e quasi bruciacchiati: ne va pazza”. Queste battute contengono la quintessenza della cucina di casa, che viene prodotta, uguale per tutti, in grandi quantità, per poi essere riscaldata in un momento successivo, in cui acquista sapore, mistero, golosità. Ma il ristorante è un’altra cosa, lo era almeno. Era il luogo della cucina espressa, della trasformazione dalla materia prima fresca, dove il cliente poteva, finalmente, esprimere il proprio desiderio. Oggi invece è delirante la sottomissione acritica dei sudditi della gastronomia ai menu degustazione precotti, che vengono imposti, estratti da buste di plastica sotto-vuoto, e riscaldati senza produrre brividi ma generando un’unica sensazione di amorfa globalizzata perfezione. Ma, attenzione, Eduardo, cliente educato e esigente, nel testo che gli era più caro, scriveva: solo “se cucini come voglio io, io ti pago come vuoi tu”.

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