Può esserci il disagio. È del tutto fisiologica una situazione di difficoltà, di imbarazzo nell’adattarsi al cambiamento repentino della vita, di stanchezza di fronte alle richieste perfezionistiche di questa società dell’apparenza. Si può tenerlo a bada, esorcizzarlo, allontanarlo senza eluderlo. E non servirà a nulla affamarlo rifiutando il nutrimento o tentare di assopirlo ingozzandosi a dismisura. Perché, sì, l’umore ha a che fare col cibo.
Quando, ad esempio, incontriamo l’amore ci si chiude lo stomaco, quando lo perdiamo ci passa la fame o riempiamo il vuoto ingurgitando a dismisura. È sempre stato così e non bisogna temere di parlarne, perché solo normalizzando queste sensazioni si potrà trasformare l’imbarazzo di chi è più in difficoltà in risoluzione e mutare lo stigma in solidarietà e ascolto, quello che, solo, può curare la deriva patologica del cibo che diventa sintomo.
Quando mi sento a disagio io vado al cinese. In quelli senza italiani, col menu incomprensibile e il cibo crudo al bancone d’ingresso. A metà pomeriggio ordino ravioli di maiale e zenzero, trippa fredda con aglio e coriandolo, spinaci acquatici al wok e the di fiori di camomilla. Poi mi guardo attorno, rifletto e torno a casa.
Il cibo può essere medicina o veleno ma superare la vergogna di parlare di qualcosa che, in qualche misura, riguarda tutti, è la prima condizione per una seria battaglia contro ogni disturbo alimentare.
Da La Stampa del