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GLI ARTIGIANI DEL CIBO, AZIENDE O FATTORIE?

Malgrado il mondo sia ormai dominato dall’immagine in movimento, le parole contano ancora. E tra quelle che trovo ogni giorno più stridenti c’è “azienda agricola”, spesso abbreviato in azienda.

Un contadino con trenta capre o cinque ettari di vigneto si trova quindi costretto a comunicare in termini di storia aziendale, di spaccio aziendale, di produzione aziendale, di dimensioni dell’azienda, di personale dell’azienda. Il termine non è affatto scorretto, perché indica un’organizzazione di persone riunite con uno scopo, ma l’uso comune ha trasferito l’accento in maniera universale sull’accezione economica di queste imprese, sul profitto e sull’organizzazione di tipo verticistico.
Quando la riforma del servizio sanitario istituì le “aziende sanitarie”, gli ospedali iniziarono a essere chiamati a logiche di bilancio più che di tutela della salute. Così, definire i piccoli contadini come imprenditori e amministratori di un’impresa li confonde con le grandi imprese di agricoltura industriale, senza descrivere la dedizione, le pratiche millenarie e la relazione biunivoca che lega alla terra, alle piante e ai propri animali, coloro che si dedicano ogni giorno, in maniera artigianale, alla produzione del cibo.

Strano che nessuna delle organizzazioni di agricoltori, in analogia ad altre lingue, non proponga, per le piccole aziende agricole, di modificare per legge il termine in “cascine” o “fattorie”.

Da La Stampa del