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GLI SPAGHETTI ALL’ASSASSINA

Primatisti indiscussi delle inutili trovate culinarie di questo secolo di decadenza etica ed estetica sono gli “spaghetti all’assassina”, orgoglio della tradizione barese, creato in realtà da un cuoco foggiano solo negli anni Settanta, riportato in auge dai social dieci anni fa e rilanciato da una serie televisiva. Consumati sulla veranda della casa di Montalbano perfezionerebbero il cortocircuito tra fiction e vita reale, se questa ancora esistesse.

È una pasta “risottata”, cucinata direttamente in padella senza essere prima cotta in acqua, con salsa di pomodoro, lasciata bruciare sul fondo e quindi inondata di peperoncino. Intanto con questa tecnica, specialmente con le paste industriali, che rilasciano molto amido, si rischiano una cottura degli spaghetti non uniforme e una salsa piuttosto viscosa, che, pur potendo piacere a chi è abituato ai gelati del barattolo, non è apprezzabile, ma, soprattutto, questa invenzione non ha innovato un bel nulla.

Il risultato infatti è analogo a quello della pasta del giorno prima ripassata in padella dalle nonne, di Bari e non solo, da almeno un paio di secoli. Con la differenza che la partenza dal prodotto freddo, in cui gli zuccheri si sono ricompattati, garantisce in frittura una croccantezza maggiore senza dover arrivare a bruciare lo spaghetto.

Si può inventare la tradizione ma converrebbe farlo almeno con gusto.

Da La Stampa del