Per questo, molti viticoltori considerano “non-naturale” il vino prodotto con qualsivoglia pratica enologica di addizione o di sottrazione, oltre a quello ottenuto da campi trattati con erbicidi, fitofarmaci o fertilizzanti di sintesi.
Non vi sono dubbi sul fatto che limitare drasticamente i prodotti chimici industriali sia l’unica maniera di garantire un futuro alla produzione agricola, ma dire che la trasformazione del mosto in vino sia un processo completamente naturale è controverso. Senza l’intervento regolatorio dell’uomo, infatti, anche solo per pigiare, arieggiare e travasare, difficilmente i grappoli eviterebbero di trasformarsi in aceto.
I vini vanno invece distinti tra industriali e artigianali, mentre “contadino” è un termine non esaustivo, visto che chi coltiva può produrre in entrambe le maniere. L’industria ha messo a punto prodotti di qualità e di sicurezza mediamente superiori, l’eccellenza però è sempre stata nel campo dell’artigianato, quello a cui, appunto, il processo industriale guarda, per renderlo replicabile in serie. I vini artigianali, al contrario, modificano il loro sapore in base all’imprevedibile evoluzione di ogni singola bottiglia. Non sono più buoni ma, come i mobili, i vestiti, i salami o i gioielli artigianali, hanno caratteristiche completamente differenti da quelli agroindustriali, da cui devono essere riconoscibili.
Da La Stampa del