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IL FATTO DEL FORMAGGIO

Come Lucariello di Natale in casa Cupiello ripeteva a tutti “il fatto dei fagioli”, da quando sono rientrato dal Marocco, non non mi levo di testa il fatto del formaggio.
Nella provincia di Essaouira, tra arbusti della macchia mediterranea, sassi e alberi di argan, a pochi passi dal mare, dove brucano magri greggi di capre, ho chiesto ai giovani amici magrebini di acquistare un pezzo di formaggio.
Telefonate, ricerche sugli smartphone e invocazioni ai parenti hanno prodotto il consiglio di recarmi al supermercato o alla vicina cooperativa, sostenuta da fondi europei, dove ho recuperato due pezzi in stile francese, con latte pastorizzato e fermenti selezionati.

Ignari del fatto che i loro antenati non si fossero estinti a causa del cacio contadino, tutti continuavano a deridermi perché volevo davvero mangiare un prodotto antico, fuori moda, certamente pericoloso per la salute. Poi, con una banconota, molti passi e due frasi scritte su un pizzino, ho testardamente ottenuto dal vicino pastore una forma sublime, di formaggio intenso, vivo, vero, che mi sono goduto a colazione, insieme al pane cotto a legna, mentre le nuove generazioni sbocconcellavano biscotti, formaggini industriali e the Lipton.

La morale è che in un prossimo futuro i prodotti veri saranno solo per pochissimi, mentre le masse saranno escluse, per il proprio bene, dal cibo che è poesia, sapore e vita.

Da La Stampa del