Pete Wells, critico gastronomico del New York Times che, per dodici anni, ha determinato il successo o la stroncatura di centinaia di ristoranti della Grande Mela, penna lucidissima, giornalista di grande cultura, dotato di etica, di professionalità e di una prosa impeccabile, capace di descrivere l’evolvere del gusto, ha appena cambiato mansione.
Prima di lui Frank Bruni, raffinato editorialista, icona ante-litteram del mondo queer, corrispondente dall’Italia, per anni a capo delle recensioni del giornale, ne divenne uno dei commentatori politici più autorevoli.
E, prima ancora, Ruth Reichl, iniziò nelle cucine di un collettivo, per poi affermarsi come il critico gastronomico più appuntito del NYT, maniaca del dettaglio, cercò di “demistificare” la sacralità degli chef, concentrandosi senza remore sull’esperienza con il sapore.
Questi critici si dedicarono all’educazione del pubblico e dei ristoratori, a vantaggio di tutta la gastronomia newyorkese, soprattutto dei ristoranti accessibili alla classe media, i più numerosi anche nella nostra regione e nazione.
Non so chi sarà il prossimo critico del NYT ma di certo so che in Italia questa funzione, scomparsa da molti anni, ha ceduto il passo all’improvvisazione e all’incompetenza prezzolate degli influencer del web, con gravi danni per tutto il comparto e, soprattutto, per la sempre più inconsapevole clientela.
Da La Stampa del