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LA CASTRADINA, ZUPPA DELL’ORGOGLIO VENEZIANO

È incredibile che una città che, salvo una cinquantina di locali controcorrente, che offrono verdure contadine, vini artigianali e servizio eccellente, mette in scena i peggiori stereotipi della gastronomia italiana, che cucina le materie prime più infime e che rappresenta l’apoteosi delle trappole per turisti, sia ancora così legata alle tradizioni.

Lungo il Canal Grande, dove pizze surgelate atterrano su tavolini addobbati di lampadine da luna park, dove dietro al bancone i volti sono cinesi, dove voci sgangherate cantano “O sole mio!” mentre camerieri con movenze da guitti offrono “pata negra” e “cannoli siciliani da intingere nella cioccolata calda”, stupisce sentire ancora parlare in veneziano. In questi giorni ricorreva una sola parola: “castradìna”.

Quando la peste del Seicento decimò Venezia venne decretato l’isolamento totale con divieto di commercio delle carni fresche, che si ritenevano responsabili del contagio. Solo Dalmati continuarono ad approdare in Riva degli Schiavoni, cosiddetta dalla Sclavonia, che comprendeva appunto la Dalmazia, portando carne secca conciata di montone. Il morbo passò e si eresse a ricordo la Chiesa della Salute.
Ogni anno, il 21 novembre, la devozione riconoscente del popolo veneziano monta un ponte di barche sul Canale per raggiungere la Chiesa alla Punta della Dogana e omaggia la salvifica Madonna di ceri, di fiori e di preghiere.

La notte della vigilia, e nei giorni limitrofi, ogni cittadino della Serenissima non si ritiene tale se non ha gustato la zuppa di verze “soffocate” e cosciotto di montone castrato salata, affumicata e speziata, la “castradina”, un memento alla caducità della salute e un monumento all’orgoglio tradizionale e austero della Serenissima, entrambi, mai come in questa epoca, terribilmente effimeri.

Da La Stampa del