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LA NUOVA NORMALITÀ E L’OBLIO DELLA TRADIZIONE

L’insegna degli anni Sessanta che recita “Estiatório”, ristorante, non è neppure sbiadita ma la bolla municipale sulla porta d’ingresso è ineluttabile: cessata attività.

Questa è una delle tante economie di sussistenza, che sfamavano il popolo a prezzi popolari, arricchendo i proprietari solamente di una ragione per uscire di casa, che hanno chiuso in Grecia negli ultimi quattro anni, rimpiazzate da anonimi fast food o da negozi di estetica.

Prima la “Troika” ha imposto ai piccolissimi l’adesione alle regole fiscali, giustamente pretese dalle attività che si stavano ingrassando col turismo. Poi l’Europa si è accanita col rispetto delle normative sull’igiene degli alimenti. E, infine, la segregazione pandemica ha dato il colpo finale.

Domando ai ragazzi del bar alla moda, aperto proprio accanto, al posto di una merceria: “C’è ancora un ristorante tradizionale in città?”. “No, da almeno cinquant’anni”. “E… quello qui accanto?” “Chiuso da mezzo secolo”. “Guardate, non è vero, era attivo poco tempo fa, controllate sul web!”. “Noi non ce lo ricordiamo”.

La propaganda pubblicitaria ha manipolato a tal punto i ricordi di questa generazione virtuale, priva del confronto con i propri avi, che potrebbero testimoniar loro come da piccoli si siano nutriti non di hamburger ma di zuppe di ceci, che presto non esisterà alcuna identità gastronomica se non quella generata dall’intelligenza artificiale.

Da La Stampa del