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LA PARABOLA DEL MENU MAROCCHINO

Cibi che ho mangiato ogni giorno nell’ultima settimana, in Marocco.

A colazione, zuppa di fave con un filo d’olio.

A metà mattina, un pezzo di pane di grano duro integrale, cotto sulla pietra, accompagnato da un uovo o da un po’ di formaggio, quando lo trovavo dal pastore.

A pranzo, un piatto di verdure cucinate nel coccio insieme a un pezzettino di pesce oppure un piatto di lenticchie oppure una zuppa di ceci brodosi.

A metà pomeriggio qualche fico d’India.

A cena, una minestra di verdura, molto acquosa; nei giorni di festa, un pezzetto di carne d’agnello, fegatini di pollo o sardine, alla griglia, accompagnati da un’insalata di cipolle, pomodori, cetrioli e coriandolo fresco.

Dopo cena, un bicchiere di infuso di galanga, che fa bene allo stomaco, con eventuale aggiunta di cristalli di olio essenziale di menta piperita, rimedio per il raffreddore, e, eccezionalmente, un cucchiaio di farina di semi di lino e di carrube, lavorata con un cucchiaino di miele.

Cibi che ha mangiato chiunque, in tutto il Mediterraneo, per tutta la vita, fino al secolo scorso, e che erano alla base della Dieta tanto decantata quanto disattesa: tanta verdura, un po’ di pane integrale, proteine dal formaggio, dalle uova e, soprattutto, dai legumi. Oggi i giovani marocchini mangiano al fast food, come gli italiani, ma ricercano diete e integratori on-line “perché vedendo non vedono, e udendo non odono né comprendono”.

Da La Stampa del