Nell’estate delle polemiche sulla parmigiana in spiaggia, sulla costa più meridionale della Sicilia ero certo di potermi unire al lauto banchetto. Macché! Di borse frigo, vasi di pandora di cotolette, melanzane e pasta al forno, manco l’ombra.
Escluso qualche sporadico accampamento domenicale, si prediligono ormai cibi confezionati, bibite industriali, frutta del supermercato e, al più, enormi panini conditi con olio e formaggio dozzinale. La globalizzazione si è mangiata perfino lo stereotipo. Ma, quando la conversazione verte sul cibo, risale alle labbra l’orgoglio, per elencare una serie di piatti che, tosto è chiaro, le generazioni posteriori all’80 non sono più in grado di eseguire e consumano pure raramente.
Ho faticato a trovare pani di semola profumati e pomodori dolci e maturi, lontani dall’appiattimento di industria ed agricoltura intensiva. Al contrario di un ulteriore stereotipo, ho frequentato invece spiagge libere ben attrezzate, giornalmente ripulite, con utenti discreti e rigorosi nella raccolta differenziata.
Per l’agognata parmigiana, ormai mitologico simulacro servito a porzione nei ristoranti di lusso, ho corrotto una nonna con i piedi ancora nel secolo scorso, che, candidamente, mi ha assicurato che questo cibo, nella versione autentica per ricetta e, soprattutto, per ingredienti, non solo è trapassato ma anche qui rimpiazzato da sapori ormai identici ovunque.
Da La Stampa del