A gruppi, accanto alle rotonde autostradali, in fila ordinata, ai margini degli immensi campi di coltivazioni intensive, a intervalli regolari, lungo i sentieri montani, inaspettatamente, agli angoli dei parcheggi e perfino nel centro delle città, gli alberi di frutta sono carichi, piegati sotto al peso del loro prezioso bottino, ignorati se non da qualche uccello in cerca di dolcezza o da sciami di vespe attratte dalla sete.
Le piante da frutto, che non richiedevano cura, se non nei primi anni di vita, costituivano un complemento gratuito alla scarsa dieta estiva dei contadini e, giunta una modesta prosperità, e con essa alcool e zucchero, finivano in barattolo, per tramutarsi in ricordi del sole in tempo di neve. Ormai, che di benessere, materiale, ne abbiamo da buttare, nessuno raccoglie la frutta matura; anzi, non la si nota nemmeno.
I fichi, che, essiccati, erano una millenaria riserva d’energia, avvizziscono sui rami; le pere, trasformate “in vini di frutta” da chi l’uva o il suo nettare doveva venderli o cederli ai signori, toccano terra già marce; le mele, piccole e profumate, che al fresco e al buio si conservavano per un anno intero, vengono tralasciate per quelle, enormi e insapori, della distribuzione organizzata, per le cui logiche distorte oggi le pesche restano sulle spalliere: il prezzo non vale il costo della raccolta.
Spari a salve non disperdono più i bambini arrampicati sugli alberi. Macedonie tropicali li annoiano sotto l’ombrellone.
Da La Stampa del