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L’INVASIONE DEI DEHORS

Il cibo si è letteralmente mangiato le nostre città.

Nei centri storici delle città d’arte, ma non solo, è difficile riuscire ancora a godere della vista di una piazza, passeggiare su un marciapiede o assaporare il silenzio. I tavoli dei locali sono ovunque, completamente difformi, agghindati con ombrelloni sgangherati, catafalchi di teli di plastica, teorie di lucine raffazzonate, altoparlanti che diffondono una mistura cacofonica e gracchiante e perfino schermi televisivi.

Le piattaforme dei plateatici nascondono i porfidi, le costruzioni temporanee sono permanenti e la rimovibilità è solo più sulla carta. Come per i litorali, un bene comune è diventato di proprietà privata.

Ci sono eccezioni: dehors costruiti con gusto e nel rispetto dei vincoli storici e artistici, ristoratori amici della bellezza, che rimuovono completamente ogni arredo al termine del servizio, e associazioni di piazza che si sono regolamentate per uniformare sedie e ombrelli. In generale regna il caos, che ora il governo vorrebbe istituzionalizzare, stabilizzando le occupazioni permesse ai tempi del Covid.

Difendo da sempre ristoratori e Made in Italy di qualità ma la maggioranza di questi dehors appartengono a fast food che vendono cibo assemblato o rigenerato, con l’etichetta di ristoranti, a cui abbiamo assegnato un valore pari a quello del Barocco e del Rinascimento.

Da La Stampa del