Ancora quarant’anni fa, perfino con i nipoti, con cui di solito erano parecchio indulgenti, i contadini storcevano il naso quando si trattava di strappare dalla vite un grappolino maturo prima dell’inizio della vendemmia.
L’uva veniva curata tutto l’anno con grande apprensione, dedizione e fatica e neppure uno dei chicchi, che la fermentazione avrebbe mutato in vino, poteva essere sottratto a quella miracolosa trasformazione. L’uva, come tutta la frutta, inconservabile e poco nutriente, valeva ben poco, ma il vino, immesso sul mercato, garantiva una piccola rendita o, consumato quotidianamente, costituiva il nutrimento liquido di quelle mani callose che zappavano, vangavano e mietevano per tutto l’anno, riposandosi un solo giorno a settimana.
Ma a noi bambini l’uva piaceva troppo e, di nascosto, chicco a chicco, ne facevamo delle gran scorpacciate, senza sottrarci a punizioni e mal di pancia. Non ho mai inseguito la stucchevole dolcezza e tralasciavo quindi i grappoli più maturi per concentrarmi su quelli più acerbi, nei cui chicchi l’aroma suadente era bilanciato da una punta di acidità.
Terminata la vendemmia le nostre scorribande sarebbero state legalizzate, perché era concesso, ai bambini e agli indigenti, raccogliere i grappolini dimenticati tra i filari. L’uva da tavola, per me, ancora oggi non ha alcun sapore, soprattutto quello del proibito.
Da La Stampa del