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SGASARE LO CHAMPAGNE: DEGUSTAZIONE O MALEDUCAZIONE?

Difficile che tre generazioni si siano completamente sbagliate. Se per oltre sessant’anni si è usato sgasare lo champagne, prima di berlo, con degli attrezzi d’oro o d’argento, una ragione doveva esserci.
I vini frizzanti sono così apprezzati perché la finezza delle bollicine solletica il palato e veicola al naso i profumi complessi della lunga evoluzione in bottiglia. Lo stesso non si può dire però per spumanti più dozzinali.
Se immaginate grandi libagioni al night, agli inizi del secolo scorso, chiuse da bevute di champagne ghiacciati di scarsa raffinatezza, le cui bolle maleducate restavano intrappolate nel liquido freddo, per liberarsi con esplosive eruttazioni una volta in pancia, capite come mai, per salvare etichetta e digestione, fu inventato lo strumento più odiato in tutta la Francia: lo sgasatore.

A dir la verità il vino, privato dell’anidride carbonica, tanto quanto una Coca Cola, rivela la sua intima natura, sapori, zuccheri e difetti, e questo è il motivo per cui un grande produttore mi fece degustare una sua bottiglia d’annata dopo aver compiuto la controversa sgasatura.

Anch’io, con qualche rifermentato nostrano dalla bolla un po’ grossolana, non mi vergogno a procedere con la sbattitura, per spogliarlo di una parte di spuma in eccesso e per godermi allora un vino garbatamente frizzante oppure per scartarlo se, nudo, abbia smarrito ogni fascino.

Da La Stampa del