Avete finito di masticare da un paio d’ore il dolce di Natale e un silenzio di cristallo viene infranto da uno sfrontato: “cosa mangiamo stasera?”. È a quel punto che iniziate a scorrere la lista dei cibi d’asporto. Ed è proprio allora che dovreste posare il telefono, estrarre gli avanzi dal frigo e, se davvero voleste fare gli spiritosi, mettere a bollire un chilo di spaghetti.
La consegna del cibo a domicilio, sconsiderata per varie ragioni, è inaccettabile per le condizioni di lavoro dei corrieri in bicicletta, governati da un algoritmo disumano, pagati una miseria, privi di tutele, costretti a pericolose corse nel traffico e privi di concrete prospettive professionali. Il cibo portato a casa è disgustoso non solo organoletticamente ma eticamente, perché rappresenta la deriva più insensibile del capitalismo reale, che si fonda sull’egoismo dei più che sfruttano i molti per il guadagno dei pochi.
“Ma se non ordino qualcuno perderà il lavoro!”, “Battiamoci per contratti migliori!”, “Alzino le tariffe!”. Purtroppo è il modello cottimista che non si accorda con la dignità. È più solidale sostenere finanziariamente la ricollocazione dei rider appiedati. Intanto, per non essere più complici, torniamo a cucinare, facciamo due passi, pigiama e cappotto, e andiamo a comprarcelo da soli il panino decongelato nel cuore della notte.
Il titolare di questa festa predicava di mettersi nei panni degli altri, voglio provarci almeno a Natale.
Da La Stampa del