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I furbetti delle fragole d’inverno

La fontana del mercato divide i pochi banchi dei contadini al di qua della strada dalla pletora di quelli dei rivenditori di prodotti dell’agricoltura industriale.

Da una parte un trionfo di erbe spontanee: papaveri, tarassaco, ortica, piantaggine, violette e primule, il primo aglio orsino e poi spinaci, cicorie di tutte le fogge, grumolo primaverile accanto agli ultimi cavoletti di Bruxelles insieme a broccoli e verze dimenticati nella zona più fredda dell’orto. Dall’altra montagne di melanzane, pomodori, peperoni verdi e sodi, arance vizze di frigorifero, avocado, carciofi sfioriti e quantità inimmaginabili di fragole rosso accesso, dal profumo inesistente, di cui si fa incetta a prezzi non bassi, credendosi scaltri, o quanto meno pionieri. Dieci persone di qua e la folla che si accalca di là.

Perché il palato, o piuttosto gli occhi, bramano la frutta estiva, la parmigiana fuori stagione, la peperonata estemporanea. E’ incredibile come, dopo oltre venti anni di educazione alla stagionalità, permanga ancora l’anelito al cibo dei ricchi: la “primizia”.

Ma l’etichetta designava allora i primi ortaggi che nel Settecento giungevano maturi a Parigi dalle isole dell’Egeo, complice la Serenissima, mentre oggi definisce vegetali fuor di stagione, rimpinzati di fertilizzanti al riparo di volte in plastica. Sono gli effetti della democratizzazione gastronomica, quell’ipocrita teoria che vorrebbe garantire tutto a tutti, mentendo sul prezzo che, a ben guardare, non premia l’acquisto dai banchi di dozzina, e che provvede ogni tavola della melanzana ma riserva a pochi il sapore.

Come si dice in Piemonte:
fatevi furbi!