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In mortificazione dello spinacio

Non so se dipenda da un’overdose infantile di Braccio di Ferro ma di certo gli spinaci devono essere rimasti indigesti alla maggior parte dei piemontesi.

Li strappano malamente dall’orto, un attimo prima che vadano a seme, quando il gambo fibroso supera di gran lunga la foglia verde e tenera. Poi li fanno bollire nell’acqua, non salata, fino a ridurli a un ammasso scuro di fibre insapori. Come se non bastasse li violentano strizzandoli con le mani facendo gemere il liquido saporito e riducendoli a palle rotonde buone per giocare a bocce. In questa foggia li espongono in bella mostra sui vassoi d’acciaio delle gastronomie o ne profanano il cadavere disponendoli a ghiacciare nel freezer, dove perdono l’ultima dignità di vegetali per trasformarsi in colorati manufatti tessili. Quando poi vogliono assaggiarli, li decongelano e li friggono in parecchio burro di supermarket e li cospargono di sale e pepe di terz’ordine finché non sono al limite del bruciato.

L’olezzo di questi farinacci così maltrattati mi rimanda alla mensa scolastica della mia infanzia dove con costanza addestravano ciurme imberbi a odiare lo spinacio con riprovazione.

Ci vorrebbe così poco.
Fresche dell’orto, le foglie più tenere in padella scolate ma non asciugate con uno spicchio d’aglio, tappate per meno di un minuto, sale e pepe e qualche foglia di maggiorana, la cottura arrestata in ghiaccio senz’acqua e poi un velo d’olio buono o di burro freddo di cascina.
E i bambini non avanzerebbero più obiezioni…