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L’ALTRA VENEZIA

L’Unesco ha inviato un ultimatum a Venezia: navi da crociera in Laguna, spopolamento e 30 milioni di turisti stanno minando in maniera irreversibile l’identità della città più bella del mondo. Il cibo in Laguna lo denunciava da tempo: speculatori cinesi, ristoratori improvvisati, pizze surgelate, stornelli napoletani stonati e gelati spazzatura in ogni campiello.

La pandemia ha però permesso ad un’altra realtà di emergere oltre la marea del trash. Non si sono mai contati così tanti locali dedicati a vini e cibi locali, prodotti con agricoltura sostenibile e ancestrale.

Sedici ristoratori capitanati dal vulcanico Cesare Benelli, patron de Al Covo, stanno organizzandosi per produrre le verdure per le loro cucine sull’isola di Sant’Erasmo. A pochi metri Gastone Vio continua a custodire la Dorona, uva dei dogi, franca di piede e aristocratica all’occhio e al palato. Sull’isolotto di Valverde di Burano, un’associazione si prefigge la preservazione delle peculiarità ambientali di queste terre uniche: vi ho assaggiato un olio magnifico e raccolto salicornia e albicocche, stringendo tra le mani una scatola di cuoio vegetale, una carta artigianale creata con le fibre locali da Rita, una donna di passione e di talento. Più in là si pescano branzini e canestrelli, si produce miele sulle barene e nascono piccoli ristori nei casoni accanto ai punti di approdo.

I viaggiatori affamati di cibi autentici e assettati di opere d’arte uniche, antiche e contemporanee, troveranno un sistema pronto a sfamarli, che può sostituire il turismo del consumo. Perché un’altra Venezia del cibo esiste.