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Non è tutto gourmet quel che luccica

Pizze gourmet, menu gourmet, panino gourmet, hotel gourmet e oggi perfino delivery gourmet. Non se ne può più dell’uso spropositato di questo termine per ammantare di presunta esclusività ogni aspetto della ristorazione, e che suona invece come un lustrino posticciamente appoggiato su qualsiasi simulacro di cibo.

In italiano il novello prezzemolo lessicale sarebbe traducibile con degustatore, esperto, intenditore. Ma non interessa, perché lo scopo dell’abuso reiterato è il forzarne l’accezione nella sfera dell’opulento, dell’aristocratico, dell’elitaro, andando a strizzare l’occhio alla concezione che di lusso abbiamo dato nell’ultimo secolo: raro, caro, semplice da comprendere ai limiti dell’infantile e pure un po’ cafone.

Gourmet indica ormai questo contemporaneo concetto di pregiato, che non necessita di competenza per essere apprezzato, e che giustifica un evidente incremento di prezzo.

Ma in gastronomia l’esclusività, derivando dal sapore, prevede la partecipazione attiva del degustatore, che sia in grado di riconoscere nel piatto la rarità della materia, l’abile preparazione, la perfetta conservazione, la fantasiosa interpretazione e, soprattutto, la distinzione netta nei confronti del medesimo gusto alla portata dei palati meno dotati di specifica cultura e, solo a volte, di idoneo portafoglio.

Per questo mia nonna che definiva l’intenditore “galup” e le leccornie a lui riservate “galuperie”, conscia dell’eccezionalità di reperirli entrambi, elargiva questi termini con ormai desuete prudenza e morigeratezza.