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Speakesi, non giusti o sbagliati ma perchè

Con l’odierna apertura dei ristoranti, per ora solo all’aperto, gli speakeasy rientrano nei ranghi. Con questo termine, figlio del proibizionismo americano, si indicavano i locali nascosti dietro a una parete o al fondo di una rampa di scale, dove si entrava con una parola d’ordine e bisognava parlare a bassa voce, per evitare gli sgomberi della polizia.

Negli ultimi mesi in Italia ed Europa sono stati parecchi i ristoranti che hanno aperto a porte chiuse, a luci spente, facendo accomodare i clienti in cucina, nel retro o a un tavolino nascosto da un separé. Lungi da voler dare su queste righe un giudizio di condanna o di assoluzione, l’interesse è quello di raccontare un fenomeno diffuso, che ha rappresentato una delle poche novità della gastronomia chiusa per legge, ponendosi in contrasto con tutti quelli, la maggioranza, che le regole le hanno seguite.

Non si pensi comunque a festini, affollamenti, pranzi di gruppo, ma a tavoli solitari, dove si sono accomodati ora due fidanzati, ora un terzetto di amici che, approfittando del delivery o dell’asporto, avrebbero potuto ritrovarsi, con lo stesso rischio, nelle proprie case.

E non si creda che l’attrattiva di questi pasti clandestini, dove i conti sono stati spesso più salati e la varietà inferiore, sia stata la trasgressione, ma piuttosto la nostalgia per l’esperienza del mangiare “fuori”, oltre la monotonia delle mura domestiche, oltre la noia della ripetitività.

Lo tengano a mente ristoratori e clienti per la lunga estate che li attende: non sono lo champagne e l’aragosta che valgono il conto, ma l’atmosfera del locale, il servizio e qualche piccola sorpresa.