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TOVAGLIOLO DI STOFFA, DESUETO PIACERE

Sarò all’antica, ma il tovagliolo di carta non lo sopporto. E non parlatemi di ecologia, perché si producono comunque montagne di rifiuti anche con i tovaglioli compostabili. Malgrado l’evoluzione dei costumi, o dovremmo piuttoto dire la gobalizzazione dei consumi, c’è ancora una sottile linea di distinzione tra il pranzare a casa propria o al ristorante, ed è rappresentata soprattutto dal servizio, quello che incide per buona parte del prezzo di ogni portata.

Del servizio fanno parte anche l’arredamento e l’allestimento del tavolo, che tra il resto viene ancora inopportunamente computato alla voce “coperto”, e che, tanto più se messo in conto, non può non distinguersi da quello della mensa. Passino le orrende bottigliette di plastica sui tavoli, chiudiamo un occhio su bicchieri e posate del più grande mobilificio del mondo, facciamoci andar bene sedie traballanti e tavoli sconnessi, e proviamo a chiedere con gentilezza di rinunciare alle orrende tovagliette di carta: meglio un colpo di spugna su un bel tavolo nudo se proprio la tovaglia di stoffa ormai ci fa orrore. Ma sul tovagliolo non bisogna cedere.

I 50 centesimi al massimo di costo di un tovagliolo ritirato sporco e restituito pulito da una lavanderia industriale trasformano completamente l’esperienza del mangiare fuori casa.
Il piacere di stringere tra le mani un tovagliolo di stoffa bianca, stenderlo e appoggiarlo sulle ginocchia, portarlo alla bocca per nettare le labbra prima e dopo un sorso di vino, fanno parte di un rituale di educazione forse desueta, ma non è forse un rito quello del ristorante?