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PANE AL PANE

Il pane è sempre più cattivo. Bianco latte, molliccio, insapore, inodore, gommoso da farci le bolle il primo giorno, duro da piantarci i chiodi il secondo.
Il prodotto da cui dipendevano la maggioranza delle calorie della Dieta Mediterranea, la scintilla che ha acceso diverse rivoluzioni, il carburante degli eserciti greco e romano, l’oggetto del desiderio dei miei nonni, la merenda della mia infanzia, è diventato incredibilmente insulso oppure terribilmente caro.
Sono sorti infatti una serie di forni che ripropongono il passato con la competenza del presente: farine di grani non industriali, macinate artigianalmente, impastate con pazienza, maturate con lentezza, con lievito madre, e poi cotte con sapienza. Il risultato è ineluttabile: aspetto, profumo, digeribilità, potere nutritivo, conservabilità e sapore sono assolutamente riconoscibili ma il prezzo al chilogrammo, dovuto al maggior costo della materia prima, alle ore di lavoro e ai minori volumi venduti, supera quello dello spezzatino.

Una buona pagnotta è diventata così un prodotto di lusso, riservato alle boutique del centro, ai ristoranti stellati, ai bar per studenti alla moda, e la medesima trasformazione sta avvenendo nei Paesi poveri, dove la maggioranza dei pani è ormai infima dal punto di vista organolettico e nutrizionale.
Servirebbe un’altra rivoluzione ma le rivoluzioni non si fanno con la pancia (malnutrita ma) piena.