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Il Buzzetto della riserva

Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale», disse così anche quella volta il gastronomo Luigi Veronelli, parecchi anni fa, quando varcò la soglia della cantina con una forma di Gorgonzola sottobraccio e ne uscì solo diverse ore e parecchie bevute dopo.

Non aveva torto neppure nello specifico, perché il vino di Graziano Giusto si classificò sempre ai primi posti nella fiera allestita al campo sportivo di Quiliano, dove le famiglie esponevano con orgoglio le bottiglie spillate dalle botti in castagno o semplicemente dalle damigiane di vetro.

Il Buzzetto, che in dialetto significa aspro, nel bicchiere sprigionava tutta la durezza di quel tratto di Liguria stretto tra la battigia e i colli montuosi che si arrampicano verso il Piemonte. Era un vino da contadini, una spremuta di fatica, consolazione dei mezzadri che lo raccoglievano immaturo perché la resa fosse la più alta possibile, esattamente all’opposto di quel che avveniva con le olive, lasciate sull’albero fino all’irrancidimento, perché la frangitura fosse abbondante. Ad eccezione di pochi contadini istintivamente votati al sapore che spremevano i grappoli quando il sole aveva smussato qualche ruvidità.

Erano vini fatti solo con l’uva e il buonsenso, vini genuini, come li definiva Mario Soldati nei medesimi anni. Poi arrivarono il progresso, altri vitigni, pesticidi, macchinari e fertilizzanti a spazzar via gusto e poesia.

Graziano è rimasto come l’ultimo indiano a lavorare la vite a mano e senza scorciatoie tecnologiche. E io amo gli indiani e questo Buzzetto “riserva”.