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Omelette al ristorante: l’uovo di Colombo

I miei nipotini, che adorano l’omelette, mi hanno mostrato i video degli chef che insegnano a cucinarla sul web.

Per trovare qualcuno che avesse le idee davvero chiare abbiamo dovuto cercare un francese e sarà per questo che in Itala è quasi impossibile trovarla in un qualsiasi bar. Eppure nelle osterie della Pianura Padana le uova non mancavano mai, sode, al bancone, con un po’ di sale, atte a impastare la gola per disporla ad abbondanti bevute. E non mancavano neppure le galline, libere di razzolare o nutrite a scarti di verdura.

Ora sono scomparse le une e le altre, perché le nuove galline dalle uova d’oro del pranzo fuori casa sono diventate le insalatone, per lo più raccolte dalla busta, e gli hamburger, per lo più surgelati, che è scandaloso vengano serviti, freschi o meno, con l’aggettivo gourmet per rinforzo, in qualsiasi locale che voglia fregiarsi del titolo di ristorante.

Ma, per rimanere al bar, mi accontenterei di potermi sfamare, dalla colazione fino a chiusura, con un’omelette preparata al momento, una faccenda semplice di tre uova cotte in padella per meno di tre minuti, con un pizzico di tecnica e di passione. E conosco almeno dieci locali in giro per il globo che devono la loro fortuna a frittate, tortilla, tamagoyaki e uova sbattute.

Quindi il prossimo bar d’Italia che volesse mettere in atto una ricetta anti-crisi, assicurandosi coda all’ingresso e successo su Tripadvisor, non avrebbe che da friggere il versatile uovo sbattuto, per la fama imperitura e per la gioia di grandi e di piccini