L’ingrediente principe dell’estate gastronomica irlandese è la ‘nduja, proprio la pasta di grasso di maiale, carne e peperoncino, che è l’orgoglio della Calabria. Ormai ogni ristorante celtico l’ha inserita in menu: focaccia con la ‘nduja, crostacei con la ‘nduja, agnello con la ‘nduja, formaggio irlandese con la ‘nduja. Sua sorella è la burrata, vera o finta che sia, che, più o meno saporita o artigianale, infesta ogni ricetta.
Noi italiani non siamo da meno. Nei locali moderni abbiamo piazzato il maiale “pata negra” in una moltitudine di piatti, insieme a costolette di agnelli islandesi e neozelandesi, burro salato di Isigny e ostriche francesi. Prima era stato il tempo degli onnipresenti aglio nero, gambero di Mazara e foglie d’oro alimentare.
Contaminare la cucina con ingredienti stranieri, se freschi e di qualità, non è un delitto. Ma per quale ragione una manciata di prodotti e di ricette arrivano a colonizzare tutti i ristoranti alla moda di una nazione o addirittura di un continente? Si tratta di insicurezza, lo stesso meccanismo su cui agisce l’industria dell’abbigliamento, che riesce a imporre a ogni individuo di sfoggiare contemporaneamente il medesimo capo per non sentirsi escluso dal gruppo dei più.Così il timore di dover giustificare i propri gusti non allineati spinge sia i cuochi sia i clienti verso una dilagante omologazione.
Magari proviamo a mangiare fuori dal coro.
Da La Stampa del